
Milano, 14 aprile 2023
Gentile lettore,
dopo la violenta discesa dei listini avvenuta nel 2022, i mercati finanziari hanno archiviato un primo trimestre sorprendente; in pochi avrebbero scommesso su un andamento così positivo.
Eppure, nel mese di marzo i mercati sono stati emotivamente scossi dalle crisi bancarie partite dagli Stati Uniti. Ma veniamo prima ai dati del trimestre: l’indice azionario globale MSCI World è risalito del 4,95%, quello del settore tecnologico Nasdaq del 18,36%, quello della Borsa Italiana FTSE Mib del 14,37%, quello delle Borse Europee DJ Eurostoxx 50 del 13,74%, quello del Giappone Nikkei 225 del 4,66%, il MSCI China del 2,84%, e quello dei Paesi Emergenti MSCI Emerging Markets dell’1,72%. Per quanto riguarda il settore obbligazionario l’indice JP Morgan EMU ha recuperato il 2,40%, e JP Morgan Global l’1,37%. Per finire, l’oro spot si è incrementato ulteriormente del 6,05% (+6,55% nel 2022), l’indice delle azioni aurifere e metalli preziosi MSCI Metals & Mining dell’1,75%, mentre il dollaro USA è sceso dell’1,76%.
Come già accennato, le protagoniste assolute del mese di marzo sono state le banche. Tutto è iniziato con Silicon Valley Bank, la sedicesima banca degli Stati Uniti, che è crollata dopo aver cercato inutilmente un aumento di capitale per aver subìto una perdita di 1,8 miliardi di dollari. La banca si è trovata in crisi di liquidità ed è stata costretta a (s)vendere una parte del suo portafoglio di obbligazioni a tasso fisso a lunga scadenza, titoli che a causa del rialzo dei tassi avevano perso valore. Il 9 marzo il titolo dell’istituto quotato in borsa è crollato del 62%, e la conseguente fuga dei capitali ha reso necessario, il giorno successivo, l’intervento delle autorità federali. Il contagio si è diffuso ad altre banche USA, dalla Signature Bank (poi fallita) alla First Republic Bank, destando grande preoccupazione per la tenuta delle banche regionali. Si è trattata, come sempre accade per le crisi, di una crisi di fiducia. Il nostro è un mondo globalizzato, e tanto è bastato affinché una grande banca svizzera, la Credit Suisse che attraversava una fase di estrema debolezza, finisse nell’occhio del ciclone. Al punto che il 19 marzo UBS (Unione Banche Svizzere), in accordo con la Banca Nazionale Svizzera, ha acquisito Credit Suisse per 3 miliardi di franchi. Il rischio di una crisi bancaria sistemica è stato quindi evitato attraverso diversi piani di salvataggio. È utile sottolineare che nel confronto tra USA ed Europa, la solidità del sistema bancario europeo è molto più forte sotto il profilo di capitale, liquidità e supervisione (abbiamo controlli molto più stringenti e severi).
In sintesi, a parte una dozzina di fondi che hanno subìto delle lievi perdite, vi è stato un generale apprezzamento di tutti gli investimenti.
Nella mia precedente missiva avevo menzionato il crollo delle criptovalute, pertanto mi sembra doveroso segnalare che la criptovaluta Bitcoin, dopo il disastroso -63,21% del 2022, nel primo trimestre ha recuperato il 68,76%, ed Ethereum è risalita del 49,46% (-66,34% nel 2022).
A tal proposito, dato che la confusione è grande, credo sia opportuno fare una distinzione tra criptovalute e blockchain di cui spesso recentemente si sente parlare.
La criptovaluta ha un valore monetario e può essere utilizzata per acquistare beni e servizi, mentre la blockchain è una forma di tecnologia senza valore monetario. Il Bitcoin è soltanto una delle criptovalute che funzionano su tecnologia blockchain, mentre quest’ultima può essere utilizzata in molti altri ambiti. Ad esempio, può essere adoperata per la protezione e il trasferimento di dati in modo sicuro e trasparente, per il tracciamento dei prodotti alimentari, per l’identità digitale, per creare sistemi di votazioni on line, per la gestione dei dati sanitari, per la gestione delle forniture di energia e per la gestione delle transazioni finanziarie. Di certo è un settore interessante e in pieno sviluppo che vale la pena di prendere in considerazione.
Riguardo al futuro credo che l’andamento di questo primo trimestre abbia dimostrato quanto sia fallace cercare di fare previsioni a breve termine. Possiamo osservare il bicchiere mezzo pieno se guardiamo il verde delle performance del primo trimestre, ma per chi volesse vederlo mezzo vuoto i rischi non sono certo scomparsi. Mi riferisco ai rischi legati alla restrizione creditizia a cui molte banche potrebbero andare incontro come forma di difesa per le “perdite non realizzate” dei bond in portafoglio, agli utili aziendali attesi che potrebbero essere falcidiati da una recessione in arrivo (ci sarà un rallentamento lento che non interromperà la crescita oppure ci sarà una brusca frenata dell’economia?), alle tensioni geopolitiche (guerra in corso tra Russia e Ucraina – crisi tra Cina e Taiwan). E ancora, vi è il rischio legato alla divergenza tra il racconto sui tassi della FED che sostiene di non tagliarli nel 2023, e il mercato che si aspetta invece un taglio entro l’estate.
In questo clima di ritrovato appetito per il rischio, quindi, è giusto essere positivi, ma è anche saggio avere la vista lunga e osservare le nuvole all’orizzonte. All’inizio dell’anno molti analisti cercavano di capire se il 2023 sarebbe stato un anno dominato dal Toro o dall’Orso (mercati in rialzo o in ribasso), ma potrebbe essere invece l’anno del cammello (gobbe), e cioè un anno dominato da rialzi e ribassi dei mercati, in attesa che questi prendano una direzione precisa.
Quello che possiamo fare è aspettare pazientemente che i rischi più importanti vengano via via superati e mantenere una buona diversificazione del portafoglio, anche perché diventa davvero difficile azzeccare il momento di uscita e di rientro sui mercati. Coloro che, presi dal panico, sono usciti nel corso del secondo semestre dell’anno scorso (decisione umanamente comprensibile) hanno di fatto concretizzato delle perdite che sarà faticoso recuperare.
La storia ci dice che i portafogli più diversificati sono quelli che nel corso del tempo riescono ad affrontare meglio le tipiche oscillazioni dei mercati; ma questo non è accaduto nel 2022, consacrato come il peggiore anno della storia per il reddito fisso, e tra i peggiori degli ultimi decenni per le azioni. La restrizione monetaria più intensa e veloce della storia ha fatto saltare la normale decorrelazione esistente tra azioni e obbligazioni. È bene evidenziare che guardando al mercato azioni USA degli ultimi 100 anni, la diversificazione non ha protetto solo 3 volte: nel 1931, nel 1969 e, appunto, nel 2022.
In fondo prevedere terremoti (finanziari e naturali) non è possibile. O meglio, non è possibile sapere quando un forte terremoto avverrà in un determinato territorio. Possiamo però prevedere come un edificio ben (o mal) costruito reagirà alla scossa. Alla consapevolezza della componente dell’imprevedibilità nella formulazione delle previsioni, bisogna quindi sempre accostare la virtù preziosa della prevenzione e della pianificazione. Attività, visti i record negativi del 2022, che dovrebbe costituire l’ancora da gettare e a cui rimanere ben saldi anche nel 2023.

