Situazione di mercato al 30.06.26

Gentile Lettore,

se i primi tre mesi dell’anno erano stati caratterizzati da tensioni geopolitiche, incertezza e debolezza dei principali listini, il secondo trimestre ha offerto uno scenario quasi opposto. Nonostante il permanere di numerosi fattori di rischio – dalle guerre in corso alle tensioni commerciali, dall’elevato indebitamento globale all’incertezza sull’evoluzione dei tassi – i mercati azionari hanno mostrato una notevole capacità di recupero.

Ancora una volta, il comportamento dei mercati ha ricordato quanto sia difficile tradurre automaticamente gli eventi economici e geopolitici in previsioni sull’andamento dei listini.

UN TRIMESTRE DI FORTE RECUPERO

I numeri descrivono con chiarezza il cambio di passo intervenuto tra aprile e giugno.

Nel secondo trimestre 2026, tra i principali indici presi a riferimento, il Nikkei 225 ha guadagnato il 29,24%, il NASDAQ 100 il 28,15%, l’MSCI Emerging Markets il 20,17%, l’S&P 500 il 15,95% e l’indice globale MSCI AC World il 14,29%. Positivi anche il FTSE MIB, con un rialzo del 13,05%, e l’Euro Stoxx 50, con il 10,39%.

Molto più contenuto il contributo del comparto obbligazionario: nel trimestre l’indice JPMorgan EMU ha guadagnato circa l’1,53% e il JPMorgan Global l’1,31%.

Il confronto con il primo trimestre, quando molti dei principali indici azionari avevano chiuso in territorio negativo, rappresenta forse una delle lezioni più importanti di questa prima parte dell’anno: la direzione e la leadership dei mercati possono cambiare molto rapidamente e tentare di inseguire ciò che ha appena registrato le performance migliori può rivelarsi un esercizio tanto intuitivo quanto pericoloso.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E TECNOLOGIA: IL MOTORE TORNA AD ACCELERARE

Il protagonista del trimestre è stato ancora una volta il comparto tecnologico.

Dopo la debolezza registrata nei primi mesi dell’anno, i titoli legati ai semiconduttori, all’intelligenza artificiale, alla cybersecurity e alle infrastrutture digitali hanno messo a segno recuperi particolarmente significativi. Nel paniere di strumenti che utilizzo abitualmente come osservatorio, quelli appartenenti al comparto dei semiconduttori hanno registrato recuperi particolarmente significativi, mentre diversi fondi ed ETF tecnologici hanno evidenziato rialzi altrettanto consistenti.

Numeri eccezionali, che testimoniano la forza del movimento ma che, proprio per la loro intensità, richiedono di essere interpretati con equilibrio.

L’intelligenza artificiale non appare più soltanto come un tema finanziario o una moda di mercato. Gli investimenti in capacità di calcolo, semiconduttori, data center, reti, energia e software stanno modificando concretamente la struttura dell’economia. La questione, quindi, non è tanto stabilire se l’intelligenza artificiale rappresenti una trasformazione strutturale, che a mio giudizio costituisce uno dei principali fenomeni economici di lungo periodo, quanto comprendere quanto di questa crescita futura sia già incorporato nelle valutazioni di mercato.

È proprio questa distinzione a suggerire prudenza: un grande tema di investimento non coincide necessariamente, in ogni momento, con un investimento acquistabile a qualsiasi prezzo.

CINA: NON PIÙ SOLTANTO LA FABBRICA DEL MONDO

Un’altra riflessione riguarda la Cina.

Per molti anni l’economia cinese è stata letta prevalentemente attraverso il costo del lavoro e la capacità di produrre ed esportare beni a prezzi competitivi. Questa rappresentazione appare oggi sempre più incompleta.

La Cina sta costruendo un sistema nel quale manifattura avanzata, batterie, veicoli elettrici, semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, controllo delle materie prime strategiche e disponibilità di capitale tendono a integrarsi in un’unica architettura industriale. La forte crescita delle esportazioni, particolarmente evidente in settori come l’automotive e i prodotti ad alta tecnologia, è quindi soltanto la manifestazione più visibile di una trasformazione più profonda.

Ciò non significa che il mercato cinese sia privo di rischi. Permangono problemi legati al settore immobiliare, ai consumi interni, agli squilibri finanziari e alle tensioni commerciali con Stati Uniti ed Europa. Ma sarebbe altrettanto rischioso continuare a considerare la Cina semplicemente come un produttore a basso costo: la competizione con l’Occidente si sta spostando sempre più sul terreno della leadership tecnologica e industriale.

TASSI, DEBITO E OBBLIGAZIONI: IL QUADRO RESTA COMPLESSO

Sul fronte obbligazionario, il quadro continua a richiedere attenzione.

L’inflazione si è ridimensionata rispetto ai picchi degli anni scorsi, ma non può ancora essere considerata definitivamente sconfitta. Le tensioni geopolitiche, i costi dell’energia, le politiche commerciali e l’enorme fabbisogno di finanziamento degli Stati continuano a rappresentare fattori potenzialmente inflazionistici.

A ciò si aggiunge un livello di indebitamento pubblico globale molto elevato, in particolare negli Stati Uniti. Questo rende più complesso il percorso delle banche centrali e contribuisce a mantenere elevata la volatilità dei rendimenti.

Il modesto risultato degli indici obbligazionari nel trimestre, soprattutto se confrontato con il recupero dell’azionario, conferma quanto già osservato nei mesi scorsi: l’obbligazionario resta una componente fondamentale nella costruzione dei portafogli, ma non può più essere considerato automaticamente sinonimo di assenza di rischio. Durata, qualità degli emittenti e livello dei rendimenti di ingresso continuano a fare una differenza significativa.

LA GEOPOLITICA RESTA SULLO SFONDO, MA NON È SCOMPARSA

Le guerre e le tensioni internazionali continuano a rappresentare una delle principali variabili di rischio.

Eppure, anche in questi mesi, i mercati hanno dimostrato una sorprendente capacità di assorbire eventi che, in altri momenti storici, avrebbero probabilmente provocato reazioni più durature.

Questo non significa che la geopolitica sia diventata irrilevante. Significa piuttosto che i mercati tendono a distinguere tra eventi drammatici sotto il profilo politico e umanitario ed eventi capaci di modificare concretamente le prospettive degli utili, dell’inflazione e della crescita economica.

Finché uno shock non altera in modo significativo queste variabili, la sua influenza sui listini può essere più breve di quanto l’intensità delle notizie porterebbe a immaginare. È una dinamica che invita, ancora una volta, a non assumere decisioni di investimento sulla base dell’emotività del momento.

LA VELOCITÀ DELLE ROTAZIONI CONFERMA L’IMPORTANZA DEL METODO

L’andamento dei diversi temi di investimento è particolarmente istruttivo.

Nel primo trimestre avevano mostrato una maggiore resilienza l’oro, i metalli preziosi, l’energia e alcune materie prime strategiche. Nel secondo trimestre, mentre parte di questi comparti ha consolidato o corretto, la leadership è tornata con forza alla tecnologia, ai semiconduttori e ad alcune aree dell’Asia.

Non è la dimostrazione che un tema fosse giusto e l’altro sbagliato. È, piuttosto, la dimostrazione di quanto rapidamente il mercato possa ruotare da un settore all’altro.

La diversificazione non serve ad avere contemporaneamente in portafoglio soltanto ciò che sale. Serve a evitare che il risultato complessivo dipenda da un’unica previsione sul futuro.

IL METODO RESTA INVARIATO

Le forti oscillazioni e le rapide rotazioni osservate nel corso dell’anno rappresentano anche una conferma della logica alla base dei Piani di Accumulo.

Lo scopo non è prevedere quale sarà il momento migliore per entrare sui mercati – esercizio spesso impossibile anche per gli operatori più esperti – ma utilizzare proprio le oscillazioni come parte del processo di investimento.

Attraverso un investimento graduale, la volatilità non viene considerata soltanto come un rischio da sopportare, ma come una dinamica da attraversare con metodo, distribuendo nel tempo i momenti di ingresso e cercando di trasformare le fasi di debolezza in opportunità di accumulo.

Il recupero molto rapido di alcuni comparti nel secondo trimestre ricorda, ancora una volta, quanto possa essere difficile individuare in anticipo il momento esatto in cui un mercato cambia direzione. Per questo, soprattutto nelle aree caratterizzate da maggiore volatilità, la gradualità non rappresenta necessariamente un limite, ma può diventare parte integrante della strategia di investimento.

I mercati cambiano, ma disciplina e pazienza restano due costanti fondamentali per chi investe con metodo.

A presto

Situazione di mercato al 31.03.26

UNA LETTURA DEL PRIMO TRIMESTRE 2026 TRA TENSIONI GEOPOLITICHE, TASSI E UN MERCATO CHE SORPRENDE PER RESILIENZA, MA NON PER CHIAREZZA.

Milano, 9 aprile 2026

Gentile lettore,

l’avvio dell’anno è stato caratterizzato da un contesto geopolitico in rapido deterioramento. Alle tensioni già in essere si è aggiunto il conflitto diretto tra Stati Uniti e Iran, con inevitabili ripercussioni sui mercati energetici, sugli equilibri internazionali e, più in generale, sulla stabilità del sistema economico globale.

Nei giorni successivi alla chiusura del trimestre, si è assistito a un primo tentativo di de-escalation, con l’annuncio di una tregua temporanea tra le parti. Pur rappresentando un segnale positivo sotto il profilo diplomatico, si tratta di una soluzione ancora fragile e condizionata, che non modifica in modo sostanziale il quadro di incertezza, ma ne conferma piuttosto la natura instabile e in continua evoluzione.

In questo scenario, si osserva una crescente difficoltà nel formulare previsioni affidabili, poiché molte delle dinamiche in atto dipendono da fattori esogeni e non pienamente controllabili.

📊 Andamento dei mercati

Nel corso del trimestre, i principali indici azionari hanno mostrato un andamento complessivamente debole, con differenze significative tra le diverse aree geografiche.

L’indice globale MSCI AC World ha registrato una flessione dell’-1,66%, confermando un quadro di rallentamento diffuso.

Tra i mercati sviluppati, si evidenziano le performance negative del S&P 500 (-2,79%), del NASDAQ 100 (-4,16%) e dell’Euro Stoxx 50 (-3,83%), mentre il FTSE Mib (-1,41%) ha mostrato una relativa maggiore tenuta.

In controtendenza, i mercati emergenti (+1,34%) e il Giappone (+1,73%) hanno evidenziato una dinamica positiva, segnalando una possibile rotazione geografica dei flussi.

Il comparto obbligazionario, rappresentato dall’indice JPM EMU (-0,39%), non ha svolto pienamente il tradizionale ruolo difensivo, evidenziando come anche gli strumenti più conservativi siano oggi esposti a un contesto macroeconomico meno prevedibile rispetto al passato.

⚖️ Una riflessione sul contesto attuale

Il quadro che emerge è quello di un sistema finanziario ancora sostenuto, ma sempre più sensibile a eventuali shock.

Non si rilevano al momento segnali evidenti di recessione, ma al tempo stesso non esistono ampi margini di errore nelle aspettative già incorporate nei prezzi.

🎯 Una chiave di lettura necessaria

Il 2026 non si presenta come un anno lineare, ma come una fase di transizione in cui convivono opportunità e rischi difficilmente conciliabili in una lettura univoca.

I mercati finanziari si muovono oggi in un equilibrio instabile: da un lato, la crescita degli utili – in particolare nei comparti più innovativi – continua a sostenere le valutazioni; dall’altro, il livello di indebitamento globale, le tensioni geopolitiche e l’incertezza sull’evoluzione dei tassi rappresentano fattori di vulnerabilità non trascurabili.

In questo contesto, l’idea stessa di previsione perde parte della sua efficacia operativa: non perché i mercati siano imprevedibili in senso assoluto, ma perché il numero e la natura delle variabili in gioco rendono ogni scenario potenzialmente instabile.

Ne deriva una conseguenza operativa chiara: non è questo un mercato da interpretare in modo unidirezionale, ma da gestire con disciplina, selezione e flessibilità, accettando che la dispersione tra asset, settori e aree geografiche possa rappresentare tanto un rischio quanto un’opportunità.

🪙 Oro, materie prime e nuovi equilibri

In questo contesto si conferma il ruolo di alcuni asset reali.

L’oro, pur avendo ritracciato dai massimi, mantiene una performance positiva (+10,21% nel trimestre) e continua a rappresentare un riferimento nelle fasi di incertezza.

Parallelamente, tematiche legate alle terre rare, all’energia nucleare e alla sicurezza energetica hanno mostrato una significativa resilienza, sostenute da dinamiche strutturali di lungo periodo.

Le criptovalute, al contrario, hanno evidenziato una volatilità molto elevata, con correzioni marcate che ne confermano la natura ancora non pienamente matura.

🏦 Il nodo obbligazionario

Particolare attenzione merita il comparto obbligazionario.

L’elevato livello di indebitamento globale, e in particolare quello degli Stati Uniti, rappresenta oggi una delle principali fragilità del sistema. In presenza di un’inflazione ancora persistente e di tensioni geopolitiche diffuse, il rischio è che i tassi possano rimanere più elevati del previsto.

Ne deriva che, in questa fase, il comparto obbligazionario può risultare meno difensivo rispetto al passato, esponendo gli investitori a rischi che storicamente erano considerati marginali.

🧭 La resilienza dei portafogli

Nonostante il contesto complesso, alcuni strumenti hanno dimostrato una buona capacità di tenuta, in particolare quelli legati alle materie prime strategiche, energia e infrastrutture,temi industriali e difensivi e metalli preziosi.

Questo conferma l’importanza di un approccio selettivo e diversificato, in grado di combinare opportunità di crescita e elementi di stabilità.

🔁 Il metodo resta invariato

In un contesto caratterizzato da elevata incertezza e volatilità, assume ancora maggiore rilevanza l’aver utilizzato strumenti come i Piani di Accumulo (PAC).

Questa modalità di investimento consente di distribuire nel tempo il rischio, ridurre l’impatto emotivo delle oscillazioni e costruire progressivamente posizioni su asset di qualità.

Proprio nei momenti in cui la direzione dei mercati appare meno chiara, l’approccio graduale e disciplinato si conferma uno degli strumenti più efficaci a disposizione dell’investitore.

I mercati cambiano, ma disciplina e pazienza continuano a rappresentare due costanti fondamentali per chi investe con metodo.

Costantino Saporito

Situazione di mercato al 31.12.25

Gentile Lettore,

trattandosi di fine anno, ritengo utile soffermarmi non solo sull’ultimo trimestre, ma soprattutto su una lettura complessiva dell’andamento dei mercati nel corso dell’intero 2025 e sulle implicazioni per il futuro.

Un anno ancora positivo per i mercati, ma non privo di segnali di maturità

Il 2025 si è chiuso con risultati nel complesso positivi per i principali mercati finanziari, seppur con andamenti differenziati per area geografica e settore. Gli Stati Uniti hanno continuato a beneficiare della solidità degli utili societari e del traino dei grandi gruppi tecnologici, mentre Europa e Giappone hanno registrato progressioni più contenute ma comunque significative. I mercati emergenti, pur con maggiore volatilità, hanno mostrato segnali di recupero selettivo.

Nel complesso, l’anno conferma un ciclo rialzista che prosegue, ma che appare sempre più sostenuto da un numero ristretto di titoli e temi, in particolare legati alla tecnologia e all’intelligenza artificiale. Questo elemento è importante: la forza degli indici non racconta interamente la complessità del quadro sottostante.

Valutazioni elevate e aspettative ambiziose

A fine 2025 ci troviamo in un contesto in cui le valutazioni azionarie, soprattutto negli Stati Uniti, restano storicamente elevate. Molti osservatori continuano a prospettare scenari costruttivi per i mercati, confidando in una ulteriore crescita degli utili societari.

Tuttavia, in presenza di prezzi che già scontano scenari molto favorevoli, l’eventuale prosecuzione del rialzo poggerebbe in larga misura sulla capacità delle aziende di continuare a sorprendere positivamente. Questo rende il quadro meno fragile di quanto si possa pensare, ma al tempo stesso più esposto a delusioni qualora le aspettative si rivelassero troppo ambiziose o si manifestassero shock esogeni inattesi. In altre parole, non si intravedono oggi segnali evidenti di recessione, e nemmeno un ampio margine di errore nelle aspettative già incorporate nei prezzi di mercato.

Una riflessione sul comparto obbligazionario

In un mondo fortemente indebitato e con un’inflazione meno prevedibile rispetto al passato, il rischio non è più confinato all’azionario. L’elevato livello di debito pubblico e privato, in particolare negli Stati Uniti ma più in generale a livello globale, si inserisce in uno scenario in cui l’inflazione potrebbe rimanere più persistente del previsto, anche alla luce delle tensioni geopolitiche ancora diffuse e delle politiche fiscali espansive.

In questo contesto, alcune componenti del comparto obbligazionario presentano oggi profili di rischio asimmetrici, soprattutto quando i rendimenti reali risultano compressi e il debito continua a crescere. In determinate circostanze, il rischio di perdita di potere d’acquisto e la volatilità possono risultare non inferiori – se non superiori – a quelli di segmenti azionari selezionati.

L’azionario, in particolare nei comparti più innovativi, continua infatti a poter contare sulla crescita degli utili come possibile fattore di compensazione. Questo non significa rinunciare alle obbligazioni, ma utilizzarle oggi con maggiore selettività e consapevolezza, superando l’idea che rappresentino automaticamente la componente “sicura” del portafoglio.

Uno sguardo al 2026: prudenza, non pessimismo

Guardando al 2026, ritengo probabile un contesto caratterizzato da maggiore volatilità e rendimenti meno lineari rispetto al passato recente. Le incognite non mancano: tensioni geopolitiche ancora diffuse, nuove aree di instabilità che si affiancano a quelle già note, livelli di debito elevati e politiche monetarie e fiscali chiamate a trovare nuovi equilibri.

Questo scenario richiede un approccio disciplinato e flessibile, capace di adattarsi a un contesto in evoluzione senza farsi condizionare dalle oscillazioni di breve periodo.

Il metodo resta invariato

In un contesto come quello attuale, il mio approccio resta coerente con quanto condiviso nel tempo: evitare decisioni emotive, sia nelle fasi di euforia sia in quelle di tensione, e costruire portafogli equilibrati e coerenti con il profilo di rischio e con gli obiettivi di lungo periodo.

Proprio in fasi caratterizzate da elevata incertezza e da una volatilità più accentuata, assume particolare importanza un approccio graduale all’investimento. I Piani di Accumulo del Capitale rappresentano, in questo senso, non solo uno strumento operativo, ma un vero e proprio metodo: consentono di diluire il rischio di ingresso, di ridurre l’impatto delle oscillazioni di breve periodo e di sottrarre le scelte di investimento alla tentazione del “market timing”.

La regolarità degli investimenti permette di trasformare la volatilità in un elemento funzionale alla costruzione del portafoglio, favorendo disciplina e continuità anche quando la visibilità macroeconomica è limitata e le variabili in gioco restano numerose e interconnesse. Non si tratta di una strategia difensiva in senso stretto, ma di un approccio razionale e coerente con una visione di medio-lungo termine.

I mercati cambiano, ma disciplina e pazienza restano due costanti fondamentali per chi investe con metodo.

Un cordiale saluto

Costantino Saporito

Situazione di mercato al 10 Ottobre 2025

Gentile lettore,

Sintesi del trimestre

I mercati continuano a “sfidare la forza di gravità”: nuovi rialzi, interrotti da brevi pause, mentre l’economia reale procede in ordine sparso e il quadro geopolitico resta complesso. La tenuta delle Borse è sostenuta in primis dagli utili USA (traino del ciclo globale) e dagli investimenti in AI che mantengono elevati i multipli, soprattutto per i grandi titoli tecnologici.

Andamento dei mercati:

•                  MSCI China: +20,29%

•                  Oro (spot): +15,89%

•                  NASDAQ 100: +10,06%

•                  MSCI Emerging Markets: +9,77%

•                  Nikkei 225 (Giappone): +9,44%

•                  S&P 500: +8,17%

•                  FTSE MIB: +8,00%

•                  MSCI AC World: +7,60%

•                  DJ EURO STOXX 50: +4,69%

•                  USD vs EUR: +0,24%

•                  Obbligazioni JP Morgan Global (EUR): -0,03%

•                  Obbligazioni JP Morgan EMU (EUR): -0,37%

Messaggi chiave dei numeri:

•               trimestre forte per azionario globale (USA, Europa, Giappone) con accento su      tecnologia;

  •           Cina sorprende al rialzo nel trimestre;

•               oro e metalli in robusto trend;

•               obbligazionario globale ancora selettivo

Cosa ha funzionato / cosa no (basata sui dati del mio report):

driver positivi nel trimestre: metalli preziosi (diversi fondi oro tra +41% e +46%; un comparto oltre +47%), uranio ed energia nucleare (+37% circa), transizione energetica e rame (+31%/+32%), Cina (fondi paese tra +20% e +23%).

Aree in affanno: selettivi i temi qualità /bassa volatilità globali (-3% circa), India (-5,5%), alcuni comparti obbligazionari indicizzati all’inflazione (leggermente negativi) e l’obbligazionario governativo Giappone (-4,4%).

Traduzione in scelte di portafoglio:

continuiamo a diversificare le fonti di rendimento, evitando concentrazioni eccessive su pochi titoli/temi; manteniamo cuscinetti difensivi (duration breve, strategie performance assoluta/market-neutral, flessibili) e usiamo i Piani di Accumulo per investire sui temi del futuro tra cui le Crypto e l’Energia Nucleare sfruttando la volatilità intrinseca dei loro settori.

Valutazioni e rischi da monitorare:

•   Multipli elevati (soprattutto sulle mega-cap USA): il mercato “paga” la crescita del settore Intelligenza Artificiale (AI); bene finché gli utili tengono.

  • Credito High Yield: spread storicamente compressi; i default restano contenuti ma in lieve risalita.
  • Liquidità di sistema: la spinta straordinaria dei mesi scorsi si sta normalizzando.
  • Banche centrali: un’economia USA resiliente può rendere più graduali i tagli; attese eccessive = rischio di delusione.

Il nostro approccio:

  • Disciplina e pazienza. Trend solidi, ma fragili sotto la superficie: evitiamo di “inseguire” i prezzi.
  • Selettività. Preferenza a utili sostenibili, bilanci solidi e temi con driver strutturali (digitalizzazione/AI, efficienza energetica, infrastrutture, nucleare/uranio).
  • Diversificazione reale. Azioni globali, obbligazioni a duration contenuta, strategie Absolute return/market neutral, performance assoluta e quota tattica in metalli preziosi.
  • Ribilanciamenti periodici. Prendiamo profitto dove i rialzi sono stati ampi e rafforziamo i segmenti di qualità rimasti indietro, sempre in coerenza con il Suo profilo di rischio.

La mia lettura resta prudente: ai primi segnali di delusione sugli utili o a un cambio di tono delle banche centrali, la probabilità di una correzione significativa aumenta.

La “sfera di cristallo” non ce l’ha nessuno, ma quando prezzi e fondamentali si allontanano troppo, la volatilità tende a presentare il conto.

Riguardo al futuro la domanda da un milione di dollari è : i mercati sono in bolla?

Per parte mia posso dire che la storia si ripete sempre; tuttavia la memoria è corta.

Quando al mattino beviamo il caffè ognuno ha le sue priorità: prendere il bus, accompagnare i figli, organizzare la giornata. Esiste però, nel mondo, una moltitudine di persone che, davanti alla tazza, pensa a un’unica cosa: come investire i propri quattrini. Sono le loro decisioni a muovere i mercati e i valori di borsa.

Il capitale si sposta continuamente, da un “bacino” all’altro, soprattutto nelle fasi di paura e incertezza. Le quotazioni degli asset – azioni, obbligazioni, materie prime, criptovalute, ecc. – si riassestano seguendo questi flussi.

Lo shock dei dazi annunciati da Trump nei primi mesi del 2025 è stata, di fatto, la scintilla che molti operatori attendevano per ribilanciare i portafogli e riportare i listini su livelli più in linea con la norma dopo gli eccessi recenti.

Eppure, ci risiamo: in finanza – come nella storia – la memoria collettiva è corta. Vale la pena ricordare che il ribasso primaverile degli asset globali è solo uno dei tanti degli ultimi cinquant’anni.

Secondo un team d’investimento che offre regolarmente commenti e analisi su importanti pubblicazioni finanziarie, dal 1977 si contano 39 correzioni (calo oltre il 10%) con una flessione media del 18%, ma anche 39 fasi di recupero superiori al 10%, con un rialzo medio del 40,7%.

Ogni volta, alla fase di sconforto è seguita una ripartenza: nel giro di qualche anno, i prezzi sono tornati ai massimi precedenti o li hanno superati. E ogni volta molti hanno creduto che quel picco potesse durare. Ogni volta la bolla è scoppiata di nuovo per cause interne (mutui subprime nel 2008) o esterne (crisi tariffaria del 2025). E, puntualmente, si è cercato un capro espiatorio – ieri internet, oggi i dazi – senza ammettere che il problema è intrinseco alla bolla e nel suo naturale ritorno verso valori di equilibrio, e cioè il ritorno alla media.

È opportuno sottolineare che una parte rilevante dei rialzi a Wall Street è attribuibile a un gruppo ristretto di titoli: Meta, Alphabet, Tesla, Amazon, Nvidia, Netflix, e complessivamente 10 azioni (8 tecnologiche e 2 finanziarie) pesano per circa il 40% dell’S&P 500 (dal 1/07 al 30/09/25 la media è del +18,62%).

Quanto ai “corsi e ricorsi”, la storia insegna: Robert Shiller ha ricostruito oltre 150 anni di dati per il suo CAPE (poi CAPEtr, versione total return), mostrando come il rapporto prezzo/utili depurato dal ciclo tenda a oscillare: a fasi di sopravvalutazione seguono periodi di rientro su livelli medi. Dopo la bolla degli anni ’20, l’indicatore crollò da circa 40 a 5.

Nel 2000 sfiorò 50 per poi scendere poco sopra 10.

Nelle prime settimane del 2022 era intorno a 47; oggi (fine settembre 2025) è a 39 (Fonte: Robert J. Shiller, dataset “Irrational Exuberance”, riga 2025‑09).

Serve poca statistica: siamo su valori elevati o prossimi a un picco, mentre le letture “normali” stanno ben più in basso. E i gradini da scendere potrebbero non essere finiti.

Un cordiale saluto

Situazione di mercato al 7 Luglio 2025

Gentile lettore,

nel secondo trimestre dell’anno i mercati azionari hanno mostrato un andamento più moderato rispetto ai primi tre mesi, in un contesto di incertezze geopolitiche ed economiche.

Qui di seguito i principali indici azionari e obbligazionari con le relative performance del trimestre:

AZIONARI

Nikkei 225 (Giappone) +8,15%

Nasdaq 100 (Tecnologico USA) +7,45%

 FTSE MIB (Italia) +3,20%

MSCI World (Globale) +1,58%

S&P 500 (USA) +1,44%

MSCI Emerging Markets +1,39%

DJ Eurostoxx 50 (Europa)  -0,32%

MSCI China -7,81%

OBBLIGAZIONARI

JP Morgan EMU +1,50%

JP Morgan GLOBAL -4,43%

Oro (spot) -2,33%

Dollaro USA (vs euro) -7,91%

Il trimestre ha evidenziato una crescita contenuta nei listini azionari, con una significativa concentrazione dei guadagni in alcuni settori e aree geografiche.

In particolare, la tecnologia e il Giappone hanno mostrato forza, mentre la Cina ha registrato un netto calo.

L’obbligazionario Europa leggermente in salita e invece l’obbligazionario Globale in discesa. L’oro ha perso terreno e il dollaro ha continuato il suo declino.

Il rally delle Borse continua ad essere alimentato da fattori tecnici: ETF, buyback* societari record, volatilità bassa e concentrazione su pochi temi (come l’intelligenza artificiale e la difesa) che attirano ingenti flussi. Questa dinamica autoalimentante gonfia i prezzi oltre i fondamentali e aumenta la vulnerabilità dei mercati a eventuali shock.

Si nota inoltre un progressivo ridimensionamento dell’eccezionalismo USA: la forza del dollaro e le politiche protezionistiche stanno frenando consumi e investimenti, favorendo aree come Europa e Giappone che beneficiano di valute più competitive e politiche fiscali espansive.

La Federal Reserve resta cauta, ma eventuali rallentamenti dei marcati potrebbero portare a interventi.

E’ intuibile che la strategia di Trump preveda di ridurre il deficit della parte corrente e il disavanzo pubblico, entrambi insostenibili. Dicevamo, l’eccezionalismo USA è esaurito e riequilibrare il commercio mondiale sembra la cosa giusta da fare; ma riequilibrare il commercio è un’impresa colossale perché richiede che vengano soddisfatte molte condizioni: gli USA devono rallentare, il resto del mondo deve stimolare i consumi ed è necessario avere un dollaro più debole.

Comunque sia, negli Stati Uniti i dazi saranno un costo per i consumatori (500 mld $) e sottrarranno circa il 2% alla crescita del PIL. Le restrizioni all’immigrazione e i tagli pubblici freneranno ulteriormente la crescita. La domanda residua è scarsa perché i consumatori hanno speso tutto, nella speranza che i mercati continuino a sostenere la narrazione attuale.

E’ opportuno sottolineare che i consumi pesano l’85% della crescita, e questo significa che l’economia USA è estremamente sensibile alla fiducia delle famiglie.

E questo ci porta a fare qualche riflessione sulle prospettive del paese Cina. 

Le famiglie cinesi, al contrario delle famiglie statunitensi, hanno accumulato un’ampia riserva di risparmi. I loro mercati finanziari sono più liquidi e stabili e attraggono capitali a lungo termine. La bolla immobiliare si è ormai sgonfiata, il mercato obbligazionario è liquido e poco volatile. Inoltre, in caso di impatto pesante dei dazi, i consumi potrebbero essere stimolati in quanto hanno mezzi e volontà per assorbire gli shock, spazio per tagliare i tassi, per tagliare le tasse e per incentivare i consumi.

La Cina è quindi in una posizione forte nella guerra commerciale con gli USA i quali hanno bisogno di componenti tecnologici e terre rare, oltre alla necessità di dimostrare di aver ottenuto qualcosa dalla Cina. Quest’ultima, come ben sappiamo, non è sottoposta a pressioni dei mercati o elettorali, e il tempo gioca a suo favore. Infine, il governo è fortemente determinato a stimolare i consumi interni, favoriti anche dallo sviluppo della classe media.

E l’Europa? Potremmo rispondere con la frase che accompagna la pubblicità della BYD, il marchio cinese delle auto: ”Mentre l’Europa dorme, noi svegliamo il futuro”. Servirebbe riflettere su ciò che serve davvero al Vecchio Continente per passare da “condominio litigioso” a Stati Uniti d’Europa. E agire di conseguenza per il bene di tutti e di ciascuno.

Qualcuno ci ha ricordato in un saggio come al ristorante delle grandi potenze, se non sei seduto al tavolo, sei scritto nel menu. Gli Stati Uniti, pure in declino, resteranno seduti al tavolo ancora per molto tempo, condividendo con gli altri commensali, come Pechino, Mosca e Nuova Dehli.

Se non ci sveglieremo, noi finiremo tra le pietanze!

Cosa possiamo aspettarci quindi per il futuro?

Credo che il dollaro continuerà la sua discesa, mi aspetto una sottoperformance delle azioni USA rispetto all’azionario globale, anche per via di un probabile rallentamento dell’economia statunitense, tranne qualche specifico settore di nicchia.

Preferibili i fondi obbligazionari a breve termine, i fondi market neutral, i fondi a performance assoluta; in quote minori azionario Cina, azionario Giappone ed Europa. Una piccola parte è utile destinarla alle Criptovalute e al settore del nucleare, meglio mediante la formula più sicura dei Piano di Accumulo mensili che attenua il rischio.

Saluto cordialmente

*= Il buyback societario, o riacquisto di azioni proprie, è un’operazione con cui una società riacquista le proprie azioni dal mercato. Questa operazione può avere diverse finalità, tra cui inviare un segnale di fiducia al mercato, sostenere il valore del titolo in borsa, regolare le negoziazioni in momenti di instabilità, o creare una riserva di azioni da utilizzare per acquisizioni o per scopi interni.

Aggiornamento sulla situazione dei mercati al 7/04/2025

Gentile lettore,

dopo gli accadimenti di questi ultimi giorni credo sia utile ed opportuno farle conoscere il mio pensiero in merito.

Premesso che la maggior parte dei portafogli hanno al loro interno alcuni investimenti che hanno avuto la funzione dei paracadute (leggasi oro, fondi alternativi e long short), per evitare testi troppo lunghi ho deciso questa volta di anticipare l’invio dei rendiconti con una e-mail per raggiungervi tutti rapidamente, cercando di essere sintetico.

Qui di seguito 5 “pillole” e due grafici:

1) – Quando le borse crollano, il cuore dei risparmiatori vacilla. Ma anche questa volta, non è diverso.

Il primo trimestre del 2025 è stato segnato da un deciso scossone sui mercati finanziari globali. L’innesco? L’inaspettata decisione del presidente americano Donald Trump di reintrodurre dazi su un ampio ventaglio di beni importati, soprattutto dalla Cina e dall’Unione Europea. Una mossa protezionista che ha subito incrinato la fiducia degli investitori internazionali, già nervosi per le valutazioni elevate di molti titoli, in particolare nel settore tecnologico USA.

Troppo articolato fare un’analisi delle motivazioni che stanno dietro a questa folle strategia del Presidente Trump che tanti danni sta già causando; tuttavia, a mio giudizio la più importante potrebbe essere quella legata all’enorme debito USA cresciuto a dismisura in questi ultimi 25 anni (ved.grafico sottostante).

Al di là della megalomania dell’uomo, dell’American First e del “MAGA” (Make America Great Again) probabilmente Trump intende creare inflazione, unico vero modo per abbattere il loro debito. Però l’inflazione di fatto viene considerata una tassa, peraltro ingiusta perché colpisce i risparmi, i salari e le pensioni. Inoltre, può essere ritenuta regressiva perché penalizza maggiormente le famiglie con un reddito più basso; ma questa situazione non andrebbe a penalizzare la maggior parte degli elettori di Trump? Mi fermo qui perché il discorso, ripeto, sarebbe troppo lungo.

Come sempre accade, quando Wall Street trema, il resto del mondo segue. Gli indici americani hanno guidato la discesa: il Nasdaq ha perso oltre il 30% in poche settimane, mentre l’S&P 500 è sceso del 25%. Anche l’Europa e l’Asia hanno subito forti contraccolpi.

Ma è fondamentale ricordare: questa è una crisi di fiducia, non una fine del mondo. E la storia ce lo insegna con forza.

I precedenti storici parlano chiaro.

Nel grafico che accompagna queste righe, si può osservare i principali crolli di mercato degli ultimi cento anni e i relativi tempi di recupero. Alcuni esempi emblematici:

  • 1929, Grande Depressione: -89%, ci vollero 25 anni per recuperare (ma questo accadde 96 anni fa)
  • 2000, Bolla Dotcom: -49%, recupero in 7 anni
  • 2008, Crisi finanziaria globale: -57%, recupero in 5 anni
  • 2020, Pandemia di Covid-19: -34%, recupero in soli 6 mesi
  • 2022, Scoppio della guerra Russia/Ucraina: l’S&P 500 ha perso circa il 24% nei mesi successivi all’invasione (febbraio 2022), ma ha recuperato in meno di 12 mesi, aiutato dalla tenuta dell’economia statunitense e dalla forza del settore tech

Quindi, i mercati cadono, sì, ma si rialzano sempre. Perché l’economia si adatta, innova, riparte. Il pessimismo diffuso è spesso il preludio delle grandi occasioni.

2) – Valutazioni pre-crisi: rapporti prezzo/utili (P/E) nei vari continenti

Prima dell’attuale ribasso, i mercati presentavano le seguenti valutazioni medie:

  • Stati Uniti: l’indice S&P 500 aveva un P/E di circa 22, con il settore tecnologico che raggiungeva un P/E di 29,5, indicando valutazioni particolarmente elevate  
  • Europa: l’MSCI Europe Index presentava un P/E di 14,6, evidenziando una significativa sottovalutazione rispetto agli Stati Uniti  
  • Mercati Emergenti: l’MSCI Emerging Markets Index registrava un P/E di 15,13, con variazioni tra i paesi; ad esempio, l’India mostrava un P/E di 22,20, mentre il Brasile si attestava su un P/E di 8,07.

3) – “Bisogna essere pavidi quando tutti sono avidi, e avidi quando tutti sono pavidi.”

So bene che mi ripeto, ma Warren Buffett con questa frase ci ricorda che i momenti di panico non sono il tempo della fuga, ma dell’opportunità. I ribassi come quello attuale offrono valutazioni più attraenti, dividendi più generosi e occasioni rare su aziende solide che si trovano temporaneamente in difficoltà.

4) – Il vero problema? Il debito, non i dazi

Questa crisi ha fatto emergere una fragilità ben più profonda: l’enorme fardello del debito globale. Il debito pubblico, delle imprese e delle famiglie ha raggiunto livelli record, superiori al 330% del PIL mondiale.

Questo rende i mercati più vulnerabili e amplifica le reazioni emotive.

In parallelo, la geopolitica pesa come non mai: guerre in Ucraina, Medio Oriente, tensioni tra Cina e Taiwan, instabilità in Africa. Tutti elementi che alimentano l’incertezza e la paura.

5) – Ma è proprio ora che si costruisce il futuro

La storia ci dice che i grandi investitori comprano nei momenti di tempesta. Se hai un orizzonte lungo e una strategia solida, questi sono i momenti in cui si piantano i semi del rendimento futuro.

Se proprio manca la forza psicologica o la serenità economica, la cosa più saggia che si può fare è non vendere nel panico, ma restare fermi e attendere.

Perché anche questa volta non è diverso: la tempesta passerà. E chi avrà resistito o saputo approfittarne, sarà premiato.

Un cordiale saluto

Report situazione di mercato del 31/12/2024

Gentile lettore,

l’ultimo trimestre del 2024 è stato caratterizzato da un ulteriore incremento degli indici legati al settore tecnologico ai quali hanno fatto da contraltare la debolezza delle Borse Europee e Asiatiche. Veniamo ai dati.

L’indice MSCI World ha avuto una performance del +6.39%, ma prima di proseguire è utile rammentare che questo indice replica la performance delle società a grande e media capitalizzazione di 23 mercati sviluppati a livello mondiale (circa l’85% della capitalizzazione), escluso i titoli dei mercati emergenti e di frontiera. Tornando ai rendimenti del trimestre, l’indice del settore azionario tecnologico Nasdaq 100 è salito del +13,67%, l’indice Azionario USA S&P 500 del +10,21% e l’indice della Borsa Giapponese del +0,61%; per contro l’indice dell’azionario Europa DJ Eurostoxx 50 è sceso del -1,17%, l’azionario MSCI China del -1,77% e quello dei mercati Emergenti MSCI Emerging Markets del -1,89%.
Per quanto riguarda il mercato obbligazionario, l’indice globale JP Morgan Global ha avuto un lieve incremento pari al + 0,64% e l’indice europeo JP Morgan EMU è sceso invece del -1,17%. Il dollaro USA si è apprezzato del +6,97% e l’oro del +5,40%.
Guardando i risultati dell’anno 2024 è impossibile non notare l’impressionante aumento del 125,57% che ha avuto la criptovaluta BITCOIN: è entrato nella storia superando per la prima volta la soglia simbolica dei 100.000 dollari. Con una capitalizzazione che si avvicina ai 2.000 miliardi di dollari, rimane il principale motore del mercato delle criptovalute, rappresentando quasi il 57% del suo valore totale. Tralascio le ALTER e cioè le criptovalute alternative, alcune delle quali hanno avuto performance che fanno impallidire l’impennata del BITCOIN.

Credo che a questo punto sia utile farci sopra un ragionamento. Partiamo dall’inizio.

Il Bitcoin (simbolo: ₿, codice: BTC o XBT) è una criptovaluta e un sistema di pagamento valutario internazionale creato nel 2009 da un anonimo inventore (o gruppo di inventori), noto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, che sviluppò un’idea da lui stesso presentata su Internet a fine 2008. Il Bitcoin è stato quindi introdotto nel 2009 con un valore iniziale praticamente nullo. Nel corso degli anni, ha sperimentato una crescita significativa, raggiungendo traguardi notevoli: 2010: Prima transazione commerciale documentata, con l’acquisto di due pizze per 10.000 BTC 2011: Il valore di Bitcoin raggiunge per la prima volta 1 dollaro. 2013: Supera i 1.000 dollari, attirando l’attenzione dei media e degli investitori.
2017: Raggiunge un picco di circa 20.000 dollari a dicembre. 2021: Nuovo massimo storico intorno ai 69.000 dollari a novembre. 2024: Supera per la prima volta i 100.000 dollari a dicembre. Quindi, dopo un periodo di relativa calma (2022/2023), è tornata la mania per il
Bitcoin. Alcuni l’hanno definito un’innovazione paragonabile all’avvento di Internet. Altri lo
hanno persino soprannominato l’oro digitale, considerando che, dalla sua creazione, il suo valore, in dollari, è cresciuto di oltre ottomila volte. E se invece fosse una semplice bolla, da cui i più cauti dovrebbero tenersi alla larga? Come detto, tutto ha inizio verso la fine del 2008, quando su internet viene pubblicato un protocollo che introduce il Bitcoin, presentandolo come una valuta elettronica rivoluzionaria.

Ma è davvero una valuta? In un’economia di mercato, in qualsiasi scambio tra due individui, una moneta è efficace solo se viene accettata da entrambe le parti come mezzo di pagamento, attribuendole un valore. Questo valore si basa su quattro caratteristiche fondamentali, interconnesse tra loro: il valore d’uso, il valore di scambio, il valore relativo e il valore informativo. Pensiamo al bene che per secoli ha rappresentato il denaro per eccellenza: l’oro, magari sotto forma di dollaro o sterlina. L’oro ha un valore d’uso, essendo una risorsa limitata e impiegabile anche in ambito artigianale e industriale; un valore di scambio, poiché è generalmente accettato negli scambi commerciali; un valore relativo, legato al potere d’acquisto rispetto ad altri beni; e un valore informativo, dato che il suo utilizzo è anonimo, senza rivelare informazioni su chi lo possiede.

Due chiarimenti importanti. Il valore dell’oro non sarà mai nullo, poiché, nel peggiore dei casi, mantiene un valore d’uso per la gioielleria o altri scopi. Se invece una moneta non è un bene fisico, come l’oro, ma un’attività finanziaria, il valore d’uso è determinato dal suo rendimento potenziale, ed è sempre garantito da un’entità terza. Nel caso di una banconota da dieci euro, la Banca Centrale Europea ne assicura la distribuzione, l’affidabilità e il potere d’acquisto. Lo stesso varrà per gli euro digitali, per i quali sarà fondamentale garantire anche la protezione della privacy. In generale – basti pensare agli assegni o alle carte di credito – c’è sempre un soggetto terzo che verifica e registra le transazioni, prevenendo il rischio di un doppio utilizzo della stessa somma per due pagamenti distinti. E il Bitcoin? È un segnale digitale, la cui generazione è regolata da un protocollo innovativo, che rappresenta la vera rivoluzione, mentre il Bitcoin stesso è solo una delle sue applicazioni monetarie.

Tre sono le sue principali caratteristiche:

Primo: non esiste un’autorità centrale, poiché tutte le transazioni vengono registrate in modo permanente dal protocollo stesso.

Secondo: ogni utente, teoricamente, può diventare un produttore, a patto di disporre di risorse tecnologiche avanzate e di grande capacità energetica.

Terzo: la produzione complessiva di Bitcoin è limitata, con un tetto massimo fissato dal protocollo sin dall’inizio, pari a ventuno milioni di unità, di cui diciannove già generate.

È stato stimato che l’ultimo Bitcoin verrà creato nel 2140, a meno che il protocollo non venga modificato. Ma il Bitcoin può essere considerato una moneta? No. Non è né un bene fisico – come l’oro – né uno strumento finanziario, poiché non possiede un valore intrinseco. Il suo valore reale è nullo. È largamente utilizzato negli scambi commerciali? Poco o nulla, salvo che per attività illecite e il riciclaggio di denaro sporco. Conserva il suo valore nel tempo? Decisamente no, dato che il suo prezzo oscilla come un vagone sulle montagne russe. Anche l’anonimato non è totale, poiché ogni volta che si converte Bitcoin in valute tradizionali, si perde questa caratteristica. Allora perché è così popolare? La risposta è antica quanto l’umanità: l’avidità. Si tratta di un investimento speculativo: le sue fluttuazioni attraggono chi crede di saper approfittare dei movimenti di prezzo, acquistando durante i presunti ribassi e vendendo nei momenti di rialzo. È una bolla finanziaria. La storia ne è piena: la più celebre è quella dei tulipani olandesi del Seicento. Non è un caso, quindi, che la finanza e il settore bancario guardino con diffidenza e riluttanza alle criptovalute, temendo che siffatte evoluzioni, determinando, in particolare, la possibilità di trasmettere valore senza l’intervento degli intermediari, possano finire per spiazzare il business normalmente svolto dall’industria. Fin qui credo di aver sviscerato ampiamente tutte le negatività su questa tipologia di asset. Guardato, tuttavia, come fase primordiale di un più ampio processo di sperimentazione tecnologica e finanziaria, le criptovalute e le tecnologie di contabilità distribuita (come la blockchain) rappresentano una fase iniziale di un processo più ampio di innovazione tecnologica e finanziaria. Secondo alcuni esperti, queste tecnologie potrebbero non solo migliorare l’efficienza del sistema economico, ma addirittura trasformarlo radicalmente. Regolamentare le criptovalute è però ancora molto complesso. Questo settore coinvolge diversi enti pubblici a livello nazionale, ma opera su scala globale, rendendo difficile definire regole condivise. Inoltre, molti sistemi di scambio non sono trasparenti e funzionano al di fuori del sistema finanziario tradizionale, il che rende complicato controllarne le attività. I regolatori di vari Paesi stanno iniziando ad affrontare queste sfide, adottando approcci diversi. Alcuni stanno cercando di includere le criptovalute nelle regole esistenti, altri hanno emesso avvisi per i consumatori, o imposto autorizzazioni per alcune attività legate al settore. In alcuni casi, è stato vietato alle istituzioni finanziarie di negoziare criptovalute o addirittura proibito il loro utilizzo, con sanzioni per chi vìola le regole. Tuttavia, queste iniziative sono ancora in fase iniziale e probabilmente ci saranno ulteriori sviluppi in futuro. È importante che le autorità regolatrici trovino un equilibrio: affrontare i rischi associati alle criptovalute senza però soffocare l’innovazione. In questo contesto, gli organismi internazionali stanno giocando un ruolo cruciale nel valutare i rischi e possono aiutare i governi a sviluppare politiche regolatorie più efficaci. Man mano che si accumulerà esperienza sul funzionamento delle criptovalute, gli standard internazionali potranno fornire linee guida utili su come regolamentarle. Questi standard potranno favorire una maggiore armonizzazione tra i Paesi, prevenendo situazioni in cui le aziende si spostano verso giurisdizioni con regole meno rigide. Potrebbero inoltre includere accordi per la cooperazione internazionale, ad esempio nello scambio di informazioni e nelle indagini su crimini che coinvolgono più Paesi.

Quindi come dobbiamo approcciare a questo asset?

Come molti di voi sanno, in passato non sono stato molto confidente su questa tipologia di investimento, anzi; affermavo che si trattava “del nulla quotato nel nulla”. Per trarmi d’impiccio faccio mia la frase del famoso economista britannico John Maynard Keynes il quale a chi gli rimproverava di aver cambiato idea su una certa questione disse: «Quando i fatti cambiano, io cambio opinione. Lei cosa fa?» Pertanto, credo che la cosa migliore sia quella di trattare l’investimento nelle criptovalute come l’oro, nel senso che si potrebbe destinare una quota tra il 5% e il 10% del proprio capitale, anche usando la formula del Piano di Accumulo mensile (PAC), viste le oscillazioni da montagne russe.

In verità, da oltre 1 anno ho inserito nei portafogli di molti clienti il fondo Compam Blockchain Technology (mining di Bitcoin, trasformazione energetica e potenza di calcolo), e da circa sei mesi ho iniziato ad aprire per alcuni clienti il prodotto Alpi Metodo PAC Cripto con un versamento minimo di 3.000 euro e di 300 euro mensili, Questo permette di approcciare con una relativa prudenza a questa tipologia di investimento, senza tuttavia rinunciare a delle possibili buone performance; rappresenta, inoltre, un’ulteriore diversificazione del portafoglio investimenti, tenendo bene presente, tuttavia, che bisogna darsi necessariamente un obiettivo ad almeno 3 anni.


Per il resto, riguardo ai mercati, in generale le parole che caratterizzeranno il 2025 saranno INCERTEZZA e VOLATILITA’. Bisogna quindi non farsi prendere dall’euforia e stare con i piedi ben piantati in terra. Ci saranno scossoni. Pertanto, ritengo sia saggio mantenere in portafoglio una buona quota di obbligazionario (BTP e fondi), una componente importante di fondi alternativi a performance assoluta e long-short*, una quota di fondi azionari Paesi Emergenti di frontiera, e soprattutto Paese Cina, in quanto penalizzato negli ultimi 3 anni. Impensabile, infine, non avere una quota nel settore tecnologico, perché anche se avrà delle forti correzioni rappresenta il futuro, e del futuro non si può fare a meno. Quindi, Adelante, Pedro, con juicio, si puedes.

= (rappresentano le due facce di un’operazione in cui una comporta l’acquisto dell’asset sottostante, mentre l’altra comprende il prestito e la vendita. Quando si va long, è perché il gestore ritiene che il prezzo di mercato aumenterà; quindi, si acquista l’asset con l’obiettivo di venderlo a un prezzo più elevato).

Report situazione di mercato del 30/09/2024

Il “dragone cinese” nella finanza rappresenta la rapida crescita economica e l’influenza della Cina nei mercati globali, una forza trainante capace di muovere capitali, influenzare prezzi delle materie prime e modellare l’economia mondiale con la sua potenza industriale e commerciale.

Gentile lettore,

se dovessimo fermarci al dato relativo all’indice MSCI World, che ha avuto una performance del +1,88%, potremmo affermare che il terzo trimestre dell’anno è stato positivo, ma privo di una certa vitalità. Tuttavia, se escludiamo il settore tecnologico che ha segnato una comprensibile battuta d’arresto, sono due gli elementi di un certo rilievo: l’ennesima salita del prezzo dell’oro fisico e il forte risveglio del Paese Cina.

Prova ne è che l’indice MSCI China ha avuto un rialzo del +17,09% (+24,85% da inizio anno) e l’oro fisico del +8,63% (+26,41% da inizio anno). Allargando lo sguardo notiamo che l’indice della Borsa Giapponese NIKKEI 225 ha continuato la sua corsa con un +3,97%, l’indice azionario Paesi Emergenti MSCI Emerging Markets ha segnato un +3,52%, quello dell’azionario Europa DJ Eurostoxx 50 un +1,43%, l’indice Azionario USA S&P 500 +1,19% e, come ho già anticipato, l’indice del settore tecnologico Nasdaq 100 invece è sceso del –2,66%.

Per quanto concerne il mercato obbligazionario, l’indice europeo JP Morgan EMU è salito del +4,34% e l’indice globale JP Morgan Global del +3,70%.

Per quanto riguarda l’andamento dei fondi, solo per citarne alcuni, troviamo in vetta alla classifica trimestrale il fondo Invesco Gold&Precious Metals +18,09%, JPMF China +17,54% e i due fondi alternativi H2O Multibonds +16,45% e H2O Allegro +14,42%.

Come sempre lascio al report in fondo alla lettera i rendimenti dei fondi presi a riferimento; per avere una visione più estesa, oltre al trimestre appena concluso, ho inserito anche le performance dall’inizio dell’anno e quelle del 2022 e 2023.

Riguardo ai mercati, vorrei questa volta focalizzarmi sul Paese Cina, anche perché, se si ferma la Cina si ferma il mondo (soprattutto l’Europa). Ma prima di approfondire le peculiarità degli indici che caratterizzano le piazze azionarie cinesi credo sia utile capire le differenze che intercorrono fra i titoli azionari quotati sui mercati del paese dell’estremo oriente.

È necessario sottolineare che nelle borse dell’ex impero celeste (principalmente Shanghai e Shenzhen) vengono trattati due tipi di azioni: le A e le B.

Le azioni A sono titoli di aziende cinesi disponibili agli investitori locali cinesi (privati ed istituzionali) e agli operatori esteri (banche commerciali, merchant banks, compagnie di assicurazione e fondi di investimento), che sono riusciti ad ottenere dal governo di Pechino lo status di Qualified Foreign Institutional Investors (QFII). Altra caratteristica fondamentale delle azioni A è che sono trattate nella valuta locale (renminbi-yuan).

Le azioni B sono, invece, titoli di aziende cinesi contrattati in dollari statunitensi a Shanghai e in dollari di Hong Kong a Shenzhen. Dal 1992 al 2001 tali azioni sono state negoziate solamente da operatori stranieri. Dal febbraio 2001 il mercato delle azioni B è stato aperto anche agli investitori nazionali. Sono molti gli indici quotati alla Borsa di Shanghai e a quella di Shenzhen, ma i due principali indici usati come benchmark per le piazze azionarie cinesi sono però due: l’SSE (CompositeShanghai Stock Exchange B Shares Index) e il CSI 300(China Security Index).

Ciò detto, la maggior parte dei risparmiatori da molto tempo ormai hanno evitato accuratamente di investire negli strumenti legati al Paese Cina. C’è da capirli in quanto l’indice SSE, per quasi quattro anni, e cioè dal 6 febbraio 2021 al 13 settembre 2024 è sceso del -27,03%; peggio ha fatto l’indice CSI 300 che ha perso nello stesso periodo il -45,60%. Succede però che dai primi di settembre u.s. improvvisamente i due indici sono saliti rispettivamente del 19,61% e del 21,43%.

Ora la domanda è: il Dragone è tornato a ruggire?

In verità la Banca Popolare Cinese (PBoC) ha tirato fuori il bazooka come non accadeva da anni, questo perché il governo di Pechino si aspettava di chiudere il 2024 con una crescita del 5% e i dati macro degli ultimi mesi non sostengono questo obiettivo.

I dati relativi all’attività economica in Cina continuano a delineare un panorama di crescita deludente e irregolare, destinato a perdurare. Le vendite al dettaglio hanno mostrato una lieve ripresa, ma permangono timori sulla loro sostenibilità a causa della fiducia dei consumatori e del credito alle famiglie, che restano bassi. La produzione industriale è rimasta stabile, solo leggermente al di sotto delle previsioni. Tuttavia, gli investimenti in immobilizzazioni hanno continuato a rappresentare una criticità, segnando un inatteso rallentamento della crescita al 3,6% dall’inizio dell’anno. Il principale ostacolo agli investimenti rimane il settore immobiliare. In questo contesto, gli sviluppatori immobiliari stanno affrontando una crescente pressione a causa della contrazione delle vendite immobiliari e del calo dei prezzi di vendita. La debolezza del comparto immobiliare ha avuto effetti negativi sui consumi delle famiglie, attraverso l’effetto ricchezza, e anche sugli enti pubblici. Il quadro macroeconomico generale della Cina pare comunque si sia orientato maggiormente verso la crescita, trainato dalle politiche governative mirate a ripristinare la fiducia nell’industria e tra i consumatori. La sfida principale non risiede tanto nella capacità dell’economia di aumentare la produzione, quanto piuttosto nella capacità della domanda interna ed esterna di assorbirla. Con il ritorno degli ordini dall’estero e l’impatto positivo delle misure di sostegno interne negli ultimi mesi, l’attività economica potrebbe registrare un maggiore slancio nel breve termine, entro la fine dell’anno.

La Cina, quindi, è a buon mercato?

Come sempre ci sono due visioni, una negativa e una positiva.

1)- Secondo alcuni il sistema finanziario del Dragone ha diretto l’imponente espansione del credito al sistema dell’offerta (e non alla domanda), ovvero verso imprese di stato o private, governi locali, infrastrutture, immobili, ecc. Si è quindi innescato un vorticoso percorso di crescita dei volumi di produzione anziché della domanda, e questo ha portato all’incombente deflazione che Pechino si accinge ad affrontare. Più il Partito varerà misure di stimolo che si concentreranno sull’offerta e più si genererà deflazione e surplus produttivo (da collocare da qualche parte nel mondo). Questo quadro deflattivo pone una serie di importanti sfide al Partito Comunista. Pechino dovrebbe infatti orientarsi verso un nuovo modello di sviluppo economico: prendendo atto che i fattori di costo non sono più un vantaggio, la spinta esercitata dall’export e dagli investimenti diretti esteri di stranieri non è più tale e l’invecchiamento della popolazione è ormai un fatto conclamato. In altri termini, per sostenere la propria crescita, ed estirpare la deflazione, Xi Jinping dovrebbe focalizzarsi su innovazione, tecnologie digitali e crescita della domanda interna. Peccato che il principale vincolo stia proprio nel sistema finanziario del Dragone.

La Cina è infatti stata protagonista della più grande espansione del credito degli ultimi 100 anni, avendo incrementato di 24.000 miliardi di dollari la crescita dei propri asset negli ultimi otto anni. Gli asset del sistema bancario equivalgono a 59.000 miliardi di $ (tre volte il PIL della Cina e il 56% del PIL globale). Questo significherebbe che una ulteriore espansione del credito per sostenere l’innovazione appare quantomeno critica, ammesso che il sistema bancario sia disponibile a sostenere investimenti in nuovi ambiti contraddistinti da livelli di produttività superiori ma ad oggi ancora ad alto rischio. Cosa fare dunque? Non ci sono soluzioni semplici.

L’attività economica di un Paese è la somma di consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette. In Cina, la crescita degli investimenti è già crollata. La crescita dei consumi sta già rallentando. La crescita della spesa pubblica è esaurita dagli oneri del debito locale. La crescita delle esportazioni nette sta affrontando una resistenza politica a livello internazionale. Affinché la traiettoria economica della Cina inverta la rotta e cresca di nuovo rispetto al resto del mondo, devono cambiare molte di queste premesse di base. La Cina è a un bivio storico.

Se Pechino riuscirà a riconoscere la necessità di un profondo cambiamento, puntando su un nuovo modello di crescita basato su innovazione, consumi interni e una moderazione del debito, potrebbe evitare di entrare in una situazione di vera crisi.

2) – Secondo altri analisti, invece, le valutazioni non sono ai massimi e pertanto da questo punto di vista il potenziale di discesa delle quotazioni sembra piuttosto limitato.

La Cina continua ad affrontare venti contrari, ma si ritiene che esistano ancora opportunità per generare valore, soprattutto considerando che gran parte di questi fattori negativi è già stata incorporata nei prezzi. Attualmente, la Cina è scambiata a 1,2 volte il rapporto prezzo/valore contabile e a 8,9 volte il rapporto prezzo/utili (secondo Bloomberg, fine agosto 2024), entrambi nettamente al di sotto delle medie di lungo periodo. Aspettare che i catalizzatori siano chiaramente visibili, potrebbe essere troppo tardi. Di solito, quando un catalizzatore diventa evidente, il suo impatto è già stato incorporato nei mercati azionari. Nei cicli precedenti, gli investitori che hanno acquistato azioni cinesi ai livelli attuali del rapporto prezzo/valore contabile hanno generalmente ottenuto rendimenti interessanti nei successivi due anni. L’ascesa degli utili giustificherebbe un ritorno più elevato sul capitale proprio, il che potrebbe portare a una rivalutazione. Alcune grandi aziende nazionali con un forte potenziale di utili sono attualmente scambiate con notevoli sconti.

Per il resto, ho avuto modo già di parlarne nelle mie precedenti lettere, nessuno ha la sfera magica, nemmeno gli analisti delle grandi banche d’affari che certamente non invidio: il loro compito assomiglia in qualche modo a quello dell’indovino.

Essi sono remunerati per fare previsioni sui mercati e sulla base di una serie di elementi devono formulare dei prezzi sulle varie asset class. Quanti, di questi analisti, avevano previsto che nel 2024 l’indice S&P 500 da 4.742 di partenza avrebbe superato la soglia psicologica dei 5.800 punti (oltre il 23%)? Nessuno.

La più negativa JP Morgan aveva previsto un calo del -11,50% (4.200 punti) e la più positiva, Oppenheimer un rialzo del +9,65% (5.200 punti). Naturalmente, man mano che le quotazioni salgono, loro aggiustano il tiro.

Il punto è che è realmente impossibile prevedere l’andamento dei mercati. Le variabili sono numerose, ma si possono ricondurre essenzialmente a due fattori: quello oggettivo è legato ai dati macroeconomici e quello soggettivo è legato al comportamento emotivo degli investitori che tendono ad enfatizzare i rialzi con l’euforia e i ribassi con la paura (o peggio, con il panico).

La lezione che possiamo trarre è che basare le proprie strategie d’investimento sulla base delle previsioni degli analisti non è una strategia affidabile. Allo stesso modo, bisogna diffidare dei catastrofisti, coloro che predicono un crollo epocale dei mercati. A forza di prevedere disastri a volte ci azzeccano pure, un po’ come un orologio rotto che segna l’ora esatta due volte al giorno.

Certo non mancano gli indizi che sembrano indicare una recessione in arrivo.

Le quotazioni dei mercati, sul dilemma recessione/sì recessione/no sono letteralmente strabiche. La Borsa americana sui massimi storici sembra segnalare grande ottimismo. Il mercato dei titoli di Stato Usa, invece, la vede in maniera diametralmente opposta: la recessione sembrerebbe imminente. Lo dimostra il fatto che dopo tanti mesi in cui i rendimenti dei titoli di Stato biennali sono stati più alti di quelli decennali, ora la cosiddetta “curva dei tassi” è tornata alla normalità: i rendimenti decennali sono tornati ad offrire rendimenti più elevati. Ma questo non è un buon segno: come dimostrano le serie storiche elaborate da Deutsche Bank, tutte le recessioni arrivate negli Stati Uniti dagli anni 50 sono state sempre anticipate dalla “curva dei tassi invertita” ma sono partite solo quando la “curva” è tornata positiva. Cioè, quando – come sta accadendo ora – i rendimenti decennali tornano ad essere più alti di quelli biennali. Sarà così anche questa volta?

E ancora, è innegabile che l’oro sia ai massimi degli ultimi 17 anni, che il debito globale sia arrivato a 312 mila miliardi di dollari e che molti listini azionari in questi nove mesi del 2024 abbiano corso molto. La cautela è d’obbligo. Tuttavia, nella maggior parte dei nostri portafogli ci sono fondi alternativi, fondi obbligazionari, fondi che investono in oro e metalli preziosi, fondi che investono nella Blockchain e criptovalute e da qualche tempo anche in fondi ed ETF che investono nel Paese Cina.

Noi quindi restiamo sul pezzo e manteniamo la nostra rotta; per parte mia farò del mio meglio per essere un bravo timoniere che vi porterà alla vostra meta.

Buona lettura.

Report situazione di mercato del 30/06/2024

La macroeconomia può essere paragonata ad una persona diretta verso una meta prestabilita, mentre il mercato assomiglia al suo cane, che nonostante sia al guinzaglio, corre di qua e di là in modo imprevedibile.

Gentile lettore,

nel secondo trimestre dell’anno i mercati hanno avuto un andamento differenziato; alcuni indici sono saliti, mentre altri sono scesi. Il Nasdaq ha dominato ancora la scena con un +7,87%, seguito dall’indice MSCI China salito (finalmente) del +5,57%, dal MSCI Emerging Markets che è cresciuto del +4,50% e dallo S&P500 che si è incrementato del + 4,39%. Inoltre, l’indice azionario globale MSCI World (composto da circa 1500 azioni di società di emittenti di tutto il mondo sviluppato) è salito del 2,97%; viceversa l’indice Azionario Europa Eurostoxx50 è sceso del -3,73%, l’FTSE Mib è sceso del -4,59% e il Nikkei 225 del -6,01%.

Per quanto riguarda il mercato obbligazionario, l’indice europeo JP Morgan EMU è ulteriormente sceso del -1,28% e l’indice globale JP Morgan Global del -1,06%. L’oro fisico è salito del +3,65% e l’indice dei titoli auriferi MSCI Metals & Mining ha chiuso il trimestre con un flebile +0,68%. Per finire, il dollaro USA si è apprezzato del + 2,28%. Questi i dati di riferimento.

Riguardo all’andamento dei fondi/ETF , solo per citarne alcuni, troviamo in vetta alla classifica trimestrale il fondo MS Indian Equity +13,64%, l’ETF VanEck Vectors Semiconductor +13,19%, l’ETF LYXOR DJ Global Titans 50 +10,16% e a seguire tre fondi legati all’oro e ai metalli preziosi. In fondo alla classifica trimestrale troviamo la crypto Bitcoin -10,06% (salita però del 65,15% nel trimestre precedente) e alcuni dei fondi H2O che, dopo due sfavillanti anni 2022 e 2023, hanno innestato la retromarcia. Tuttavia, nei primi 17 giorni di luglio hanno recuperato circa l’80% della loro discesa.

Per quanto concerne i mercati, come già enunciato, ci sono degli indici che sono saliti e altri che sono scesi. Qualcuno dice che i listini sono sopravvalutati (soprattutto negli USA), affermazione sicuramente in parte vera, ma questo lo si diceva anche all’inizio dell’anno, e poi abbiamo visto quello che è successo. Lasciando come riferimento il mercato USA molte aziende hanno continuato a macinare utili, e non solo nel comparto tecnologico dove l’AI (intelligenza artificiale) sta letteralmente galvanizzando tutti, ma anche negli altri settori.

Qual è il mio ragionamento? Il punto è che possiamo fare le nostre riflessioni sugli effetti nefasti causati dalla guerra Russia/Ucraina, dalla guerra in atto tra Israele e Hamas, e a tutti i problemi geopolitici sparsi nel mondo, non ultimo il potenziale conflitto tra Cina/Taiwan che verrà acuito se Trump sarà il nuovo Presidente degli Stati Uniti (politica del disimpegno).

Inoltre, possiamo anche fare le nostre considerazioni sul percorso incerto relativo al calo dei tassi, e cioè quando questo avverrà ancora e in quale misura. Così come possiamo prendere in esame anche un possibile aumento dell’inflazione, con tutto ciò che ne consegue. Ma tutto ciò ci porterebbe inevitabilmente a cercare di prevedere il futuro a breve.

E qui i numeri parlano chiaro, negli ultimi 20 anni – dal 30/12/2003 al 30/12/2023 – chi è rimasto sempre investito nell’indice MSCI World ha avuto un guadagno del +8,15% annuo, ma se si escludono i migliori 10 giorni il rendimento scende al +4,80% annuo, se si escludono i 20 migliori giorni scende al +2,65% annuo, se si escludono i 30 migliori giorni scende ulteriormente al 1,05% annuo, e infine il numero interessante è che, se si escludono i 40 migliori giorni, si entra in territorio negativo con un -0,35% annuo.

Quindi, non posso che ripetermi, chi pensa di azzeccare il momento migliore per uscire e quello migliore per rientrare è vittima di un’illusione, perché nessuno conosce questi due momenti.

Ho letto ultimamente in un report di una nota casa di gestione che la macroeconomia può essere paragonata ad una persona diretta verso una meta prestabilita, mentre il mercato assomiglia al suo cane, che nonostante sia al guinzaglio, corre di qua e di là in modo imprevedibile. Durante i periodi di maggior varianza economica la persona aumenta il passo e il mercato tende ad adeguarsi e a seguire la medesima direzione. Tuttavia, quando le condizioni economiche si stabilizzano all’interno di un contesto più prevedibile (e la persona rallenta), il mercato gode di maggiore libertà e può muoversi in direzioni diverse o addirittura opposte. Il guinzaglio è lungo e può allungarsi ancora di più nella direzione sbagliata, con gli investitori che cadono vittime di trappoli comportamentali. Questo creda un paradosso: a volte, i prezzi degli asset possono muoversi in direzione antitetica rispetto alle tendenze macroeconomiche.

La maggior parte di ciò che accade nelle economie e nei mercati non deriva quindi soltanto da un processo meccanicistico, ma anche dalle emozioni degli investitori. Oltre ai fondamentali dei titoli quotati, oltre all’inesorabile legge della domanda e dell’offerta, esiste la psicologia dell’investitore che lo porta all’euforia nelle fasi di forte rialzo e al panico durante i forti ribassi. In buona sostanza spesso quasi tutti fanno la stessa cosa nello stesso momento.

È umano, ma è sbagliato.

Come dice l’oracolo di Omaha Warren Buffett, considerato il più grande investitore di valore di sempre, “Bisogna comprare a prezzi il più possibile convenienti e non rivendere mai più”. Attenzione, non vorrei essere frainteso. Non sto affermando che il mio compito è soltanto quello di costruire portafogli resilienti allocando gli investimenti in modo strategico e poi dimenticarmene, anzi; il mio compito è quello di attuare la tattica di alleggerire i portafogli nelle fasi di forte rialzo ed incrementarli durante le fasi ribasso. L’obiettivo è quello di essere sempre sul pezzo per sostituire, all’occorrenza e senza frenesie, gli investimenti meno performanti con gli omologhi nuovi e qualitativamente migliori. Non ultimo quello di cogliere le nuove opportunità che via via si affacciano sul mercato selezionando le migliori.

Un cordiale saluto

Costantino Saporito

Report situazione mercato del 16/04/2024


Gentile lettore,


nel primo trimestre dell’anno i mercati hanno continuato il loro cammino positivo. L’indice azionario globale MSCI World è salito del 10,23%, quello tecnologico Nasdaq 100 del 0,96%, quello della Borsa Italiana FTSE Mib dell’11,82%, quello delle Borse Europee DJ Eurostoxx 50 del 12,42%, quello del Giappone Nikkei 225 del 14,93%; positivo, ma sottotono l’andamento dell’indice dei Paesi Emergenti MSCI Emerging Markets che sale del 4,13%. Restando nell’area, l’indice della Borsa cinese MSCI China, dopo un 2022 e un 2023 sicuramente da dimenticare (rispettivamente -18,59% e -16,20%) è rimasto fermo al -0,01%. Per quanto riguarda il mercato obbligazionario, l’indice europeo JP Morgan EMU è sceso del – 0,62% e l’indice globale JP Morgan Global del -0,46%.
Crescita ancora robusta per l’oro fisico che è salito ulteriormente del 10,75%, mentre l’indice dei titoli auriferi MSCI Metals & Mining è invece sceso del -2,14%. Il motivo di questa divergenza? Probabilmente lo sfasamento tra la performance dell’oro e quella dei titoli azionari delle società aurifere è stato determinato, in larga misura, dall’aumento dei costi operativi e di estrazione registrato nel corso degli ultimi anni; questa situazione non ha consentito l’espansione dei margini tipicamente implicita nell’aumento del prezzo dell’oro. Per finire, il dollaro USA è salito del 2,28%.
Per quanto riguarda i mercati ricorderete che nella mia precedente missiva sottolineavo il livello di confusione sulle previsioni effettuate dagli analisti nel dicembre 2022 per l’anno 2023. Sappiamo com’è andata. Il 2023 ha consacrato la vacuità delle previsioni conomiche e finanziarie formulate ad inizio anno, le più importanti delle quali hanno miseramente fallito il bersaglio. Questo non significa che non sia utile esaminare gli ambiti previsionali, ma solo di avere nei loro confronti un approccio più “laico”, se non “contrarian” in presenza di una riflessione strategica. Ad esempio, la Cina e più in generale i Paesi Emergenti sono andati nel dimenticatoio, per motivi certamente validi, ma oggi le prospettive potrebbero essere diverse.


Cosa ci aspetta dunque nei prossimi mesi? Provo a fare un ragionamento.
Come è noto, Wall Street è la Borsa Valori più importante del mondo. Essa vale da sola quasi il triplo di tutte le altre Borse messe insieme. Il mercato azionario USA ha ormai un peso nella composizione del Morgan Stanley World che ha superato il 70% dell’intero indice, mentre tutti gli altri Paesi hanno un’importanza secondaria: il Giappone pesa circa il 6%, il Regno Unito il 4%, la Francia poco più del 3%, tutti gli altri molto meno. Ma non basta. Nella Borsa americana a farla da padrone in termini di capitalizzazione sono le “magnifiche sette”, aziende che appartengono quasi tutte al settore tecnologico e producono software, hardware, microchip e intelligenza artificiale. Si tratta di un settore che è attualmente alla base dell’economia mondiale e su cui il mercato crede che continuerà a girare il mondo anche in futuro. Mi riferisco naturalmente alle sette aziende che da sole fanno oltre il 50% del Nasdaq 100 e quasi il 30% di tutto l’indice Standard & Poors 500. Sono Apple, Microsoft, Google Alphabet, Amazon, Nvidia, Tesla e Meta Platforms.

Tornando al Msci World, esse pesano in tale indice per quasi il 20% del totale. Ma se Wall Street è la regina delle Borse e tutte le altre Borse mondiali vanno “a rimorchio”, quale potrà essere il suo andamento da qui a fine anno? Verrebbe da dire, nessuno lo sa. Ma se le previsioni lasciano il tempo che trovano, vediamo allora cosa ci dice la storia, nella consapevolezza che le statistiche del passato non sono matematicamente predittive del futuro, ma possono avere un certo peso nel calcolo delle probabilità. Quindi come si è comportata in passato la Borsa USA negli anni successivi a quelli conclusi con un forte rally finale, negli anni delle elezioni presidenziali, e durante le guerre?

Partiamo dal fatto che alla fine del 2023, negli ultimi 2 mesi, lo S&P500 è cresciuto del 13,7% e una crescita negli ultimi due mesi dell’anno superiori al 10% si è verificata dal 1950 solo altre sei volte. Inoltre, negli anni successivi a quelli conclusi con un forte rally finale, lo S&P500 ha sempre chiuso con una performance molto positiva (in media pari al 19,5%), pari al doppio della media di tutti gli altri anni a partire dal 1950, guadagnando peraltro in media nel primo trimestre il 6,6%. Sempre dal 1950, negli anni delle elezioni presidenziali il Dow Jones performa peggio degli anni senza elezioni ma comunque termina in maniera positiva, con una performance pari in media al +7% (rispetto ad una media del +9,7% degli anni senza elezioni). Nel dettaglio, dopo un primo semestre in media leggermente positivo, la volata finale arriva a elezioni concluse, con il mercato che risulta indifferente rispetto al candidato vincente. Ora, al di là delle statistiche, ritengo che in realtà l’andamento di Wall Street sarà condizionato principalmente dalle decisioni delle Banche Centrali sui tassi, dalla leva fiscale, e cioè quanto deficit riuscirà stanziare Biden, e dai rischi geopolitici (Russia-Ucraina, Israele-Hamas, e quello potenziale Cina-Taiwan). A tutto ciò dobbiamo aggiungere quanto sta avvenendo negli ultimi giorni tra Israele e Iran. La reazione dell’Iran contro Israele che aveva colpito l’edificio della sua ambasciata in Siria, e una possibile controreazione da parte degli israeliani, potrebbe innescare una guerra regionale. Il “Rischio-Escalation” è la locuzione che rimbalza nelle sale operative. Quello è il vero rischio, dal punto di vista dei mercati, che sta già impattando sulle Borse negli ultimi giorni. È utile sottolineare che la variabile geopolitica, se da un lato influenza le contrattazioni del domani, dall’altro non dovrebbe avere effetti di lungo periodo. Poi, certo, ogni guerra è storia a sé, tuttavia, ci sono tendenze di fondo. Nel periodo di attesa di un possibile futuro conflitto i corsi azionari calano; poi, nel momento in cui la guerra scoppia davvero, la Borsa rialza la testa. Perché è l’incertezza che pesa sui mercati.


Tornando negli USA va detto che, a parte gli ultimi giorni, i mercati vengono da una salita che sembrava senza fine. Si percepiva una sorta di euforia, di esuberanza irrazionale, ma se scaviamo a fondo e guardiamo gli utili attesi per l’anno in corso (+11%), in realtà i listini non erano guidati da spinte irrazionali, ma piuttosto stavano cavalcando i numeri degli utili che continuano a crescere. L’indice S&P 500 non è a sconto (21 volte gli utili attesi contro una media di 18,5 degli ultimi 10 anni), tuttavia se sottraiamo dal calcolo la capitalizzazione delle “sette sorelle” già citate, il resto del listino (493 titoli) si riporta sotto le medie storiche.


Riepilogando, l’avvento e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’inflazione che gonfia i profitti per via della crescita dei prezzi, il previsto e seppur rallentato calo dei tassi, rappresentano uno scenario non certo compatibile con una recessione. Almeno fino ad ora.
Degno di nota il fatto che l’oro sia ai massimi storici e che il settore obbligazionario sia sceso da inizio anno: ci fanno intendere che una parte degli investitori e alcuni mercati non si fidano.


Per parte nostra noi non possiamo fare altro che mantenere la rotta sui nostri obiettivi, selezionando via via i prodotti migliori presenti sul mercato: a parità di rendimento devono garantirci un rischio più basso e a parità di rischio devono dispensarci un rendimento più alto.

A Sua disposizione per ogni ulteriore chiarimento, cordialmente saluto.

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